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Sospensioni

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Una mostra/ricerca fotografica per decodificare l’alta valle Susa contemporanea. Il curatore Antonio De Rossi, architetto, professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana presso il Politecnico di Torino, la presenta al pubblico.

«Una valle eminentemente moderna e poco pittoresca», scriveva nel lontano 1953 Massimo Mila in un articolo sulla valle di Susa. Una modernità che Mila attribuiva innanzitutto al ruolo della valle di millenario attraversamento transalpino, e su cui si sarebbero progressivamente innestate la ferrovia e l’industrializzazione del fondovalle, il turismo estivo e le stazioni invernali, le nuove infrastrutture viarie e l’urbanizzazione diffusa. Una valle, quindi, per certi versi tradizionalmente urbana. E al contempo, però, la Valle di Susa resta uno spazio estesamente intriso di enclave naturali e rurali, di incredibili montagne, di straordinarie testimonianze storiche e culturali oggi oggetto di fenomeni di patrimonializzazione.

In questo suo essere intreccio inestricabile di urbano e di montagna, soprattutto la parte alta della Valle di Susa rappresenta forse uno dei luoghi più emblematici della contemporaneità. Uno spazio emblematico che pone domande difficili e di non facile risoluzione.

Eppure anche in Valle di Susa, come in molti altri luoghi complessi della contemporaneità, sembrano prevalere narrazioni dei luoghi che tendono ad assolutizzare alcuni temi per porli in contrapposizione ad altri, col rischio di creare due immaginari territoriali in antitesi ma al contempo condividenti la medesima volontà di esclusività e semplificazione: da un lato la modernizzazione, il corridoio, l’urbano, le logiche sovralocali, il turismo industriale; dall’altro lato la natura, la ruralità, la tradizione, le comunità, l’agricoltura, il patrimonio.

Appena però si scende sul terreno e si inizia a esplorare e osservare attentamente il territorio ci si rende immediatamente conto di come le cose siano molto più articolate di quanto queste “visioni assolute” facciano intendere.

Per queste ragioni abbiamo tentato, insieme ai fotografi Laura Cantarella, Antonio La Grotta, Simone Perolari, un’operazione di decodificazione dei segni visibili del paesaggio, in quanto azione crediamo imprescindibile per qualunque attività interpretativa o di progetto.

  1. La prima sensazione è che le manifestazioni dei vari fenomeni che si sono accumulati storicamente sul terreno e che oggi interessano il paesaggio dell’alta valle si giustappongano in modo disordinato: attrezzature ipertecnologiche del turismo invernale, borgate recuperate in stile néo-montagnard, parcheggi e cantieri infrastrutturali, riconquistati paesaggi agricoli, urbanizzazioni recenti sottoutilizzate, manufatti storico-culturali patrimonializzati, rovine di recenti eventi sportivi, inaspettate isole di naturalità sorte a fianco delle infrastrutture, antiche strade militari in quota attraversate da colonne di motociclisti europei, vie di centri storici con arredi neotradizionalisti. Ma appena si osservano gli elementi di confine, di limite, tra questi diversi spazi, ci si rende conto che ciò che accomuna tutti questi diversi “luoghi” è il loro desiderio di imporre la loro specifica ratio sul suolo, di voler essere programmaticamente recinti e microcosmi separati dagli altri. Il paesaggio di frammenti osservato dai fotografi è quindi in primo luogo la concretizzazione del conflitto e della competizione tra pratiche e usi diversi dello spazio, tra differenti immaginari e intenzionalità di modernizzazione, valorizzazione, conservazione: un paesaggio conteso.
  1. A questo primo “ritrovamento” di microcosmi recintati e separati tra loro, ben presto si aggiungono ulteriori dati. L’osservazione sul campo permette di scoprire come ogni singolo punto del territorio, nel suo lungo tragitto storico fino alla contemporaneità, sia stato trasformato. E analogamente negli spazi maggiormente artificializzati uno sguardo attento può cogliere fenomeni di matrice opposta, che parlano di spontanei processi di rinaturalizzazione. Tutto questo, nel lavoro di estrazione operato dai ricercatori-fotografi, si traduce sovente anche in un contrasto di scale, dove l’estremamente piccolo sembra minare l’identità dell’estremamente grande. Ma soprattutto, dove il carattere altro introdotto da un elemento di alterità rispetto a un paesaggio apparentemente “a tutto tondo” conduce a una riflessione inattesa sul tema dell’identità intesa nel suo significato di autenticità: è più artificiale (e spiazzante) una manifestazione artificiale in un microcosmo naturale, o una manifestazione naturale in un microcosmo artificiale? Tutto questo porta a una seconda scoperta e considerazione, che è quella del carattere meticcio dei paesaggi dell’alta valle di Susa. Un’ibridazione che oggi costituisce un tratto saliente di questo territorio con cui è necessario fare i conti.
  1. Ancora, l’indagine ha volutamente attraversato “stagioni di mezzo” caratterizzate da una sospensione degli usi ordinari (turistici, sportivi, ecc.) per i quali questi territori sono stati trasformati. Una sorta, quindi, di indagine che muove dalla sparizione dell’atteso e del previsto, e in cui a dominare la scena sono la rarefazione corporale, la dilatazione del tempo, l’immobilità delle cose. Sarebbe fuorviante pensare che la scelta di certe situazioni sia funzionale a conferire giudizi di valore sui paesaggi analizzati. Anche in questo caso prevale la sospensione di giudizio, o meglio ancora l’aspirazione che tramite sguardi denaturalizzanti possano rivelarsi inaspettate potenzialità di questi luoghi.
  1. Infine, in alcune delle loro esplorazioni fotografiche, gli autori hanno provato a proiettare la storia della modernità in Valle di Susa dentro un fondale di ben più lungo periodo e profondità. Il grande vuoto lasciato in poco tempo dal ghiacciaio Sommelier, dove fino a pochi anni fa si praticava lo sci estivo, mette in evidenza tutta l’inadeguatezza del nostro guardare odierno, facendo intravedere la stanchezza di un ideale di modernità che durante il pieno Novecento aveva significato progresso e sviluppo, libertà e emancipazione. E questo appannamento, oramai trentennale, apre a una serie di domande, tutte difficili, che pongono un problema, oramai non più rinviabile, di confronto progettuale col domani.

Parlare di una idea di futuro, di un progetto di futuro della valle significa partire necessariamente da qui, dal disvelamento e riconoscimento di quanto già esiste, dallo stato di attesa e di sospensione che questi luoghi comunicano. E al contempo illuminare la Valle di Susa significa in termini più globali riflettere non solo sull’intreccio tra città e montagna, tra sostenibilità e cambiamento, ma sulla possibilità che logiche trasformative e paesaggi di segno diverso possano trovare, se non una impossibile ricomposizione, quanto meno uno spazio dialogico e progettuale comune, in cui la ricchezza della compresenza – e non la contrapposizione – possa giocare un ruolo decisivo e positivo.

Antonio De Rossi, curatore della mostra fotografica “Sospensioni”

Scarica il volantino della mostra fotografica “Sospensioni. Prove di decodificazione dell’Alta Valle di Susa contemporanea.

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